MERCOLEDÌ 23 GENNAIO 2019
Il personaggio

De André, il cantautore mai dimenticato a venti anni dalla scomparsa

Domani Genova ricorda il suo artista

di Annalibera Di Martino
Era l’11 gennaio 1999 quando uno dei più grandi poeti della canzone italiana è andato via. Sono passati quasi vent’anni dalla morte di Fabrizio De André e la musica italiana non ha mai smesso di sentire la sua perdita. Forse oggi, però, nemmeno esisterebbe la sua canzone. Un intellettuale e letterato come pochi che attraverso la musica ha lanciato messaggi importanti e melodicizzato lezioni di pagine intere dell’Enciclopedia. Domani Genova, la sua amata Genova, piangerà ancora una volta la scomparsa di uno dei suoi più grandi cittadini. De André amava la sua terra, ma soprattutto amava chi ci abitava, i più fragili. Le sue canzoni sono costellate di storie semplici, ritratti degli infelici, dei cornuti e delle puttane della periferia. Personaggi dimenticati dal mondo, ai limiti del “verghiano”, vittime di ingiustizie e soprusi. L’universo femminile nella drammaturgia musicale di Faber ha un posto privilegiato. In un’intervista a Rai 1 di molti anni fa il cantautore genovese alla domanda “Quale canzone ti rappresenta di più?” – rispose- “Bocca di rosa”. “Bocca di rosa” è solo una dei tanti volti che compaiono nelle sue storie, una seducente femme-fatale che scombussola gli ormoni maschili quando arriva al paesino di Sant’Ilario. A questa va aggiunta la citazione giornalistica di “Marinella”, la storia di una prostituta di appena 16 anni uccisa e gettata nel fiume, oppure “Via del campo” strada all’interno dell’intersecarsi dei carruggi genovesi. “Lì c’è una bambina con le labbra color rugiada e gli occhi grigi come la strada, c’è una puttana gli occhi grandi color di foglia e c’è un illuso che la prega di sposarlo”. E poi, ancora, Barbara. “La canzone di Barbara”. Forse quest’ultima una vecchia fidanzatina di De André. Di amori Faber ne ha avuti due grandi, immensi: Enrica “Puny” Rignon, madre di Cristiano, e Dori Ghezzi. Pensando alla prima scriverà “La canzone dell’amore perduto”, un capolavoro assoluto della musica italiana. Per la seconda invece comporrà, forse, come sostiene Dori Ghezzi, “Jamin-a”, descrivendo la donna ideale che ogni marinaio dovrebbe incontrare dopo le spericolate avventure nel mare in tempesta. Pioggia, caos, sciagura, mistero sono parole chiavi di un altro capolavoro intitolato “Dolcenera”. Ottobre 1972 siamo a Genova: un alluvione catastrofica colpisce la città mettendo in ginocchio i cittadini. In mezzo alla disperazione, resiste alla forza dell’acqua l’amore tra il protagonista e la moglie di un misterioso Anselmo. Il fenomeno atmosferico viene trasfigurato in una simbologia nera che come una forte sciagura non permette ai due amanti di incontrarsi. La paura della fine è la lectio magistralis più importante per i due, solo in quel momento dove tutto può finire, dove tutto può dissolversi “questo amore che dall’ansia di perdersi ha avuto in un giorno la certezza di aversi”. Un artista a tutto tondo De Andrè, mai stanco di scavare nell’immaginario femminile, di scoprire il lato più buio e difficile delle donne: “Dolcenera, Marinella, Princesa, Le passanti, Maria di Nazareth, Bocca di Rosa e tante femmine vive e fragili, sono […] voci che non hanno mai potuto vivere, sbagliare, innamorarsi o fare male, ma solo esistere nel luogo angusto scelto per loro dall’autore, di solito sempre legato alla dimensione crepuscolare, l’angolo perfetto tra la vita e la morte”. (Fonte: https://alzalavoce93.wordpress.com/2018/04/17/il-libro-di-concita-de-gregorio-princesa-le-donne-di-de-andre-fuori-le-canzoni-recensione/) Sono passati vent’anni eppure sembrano cento e cento ancora. Oggi la musica è cambiata, il vento è cambiato ed il pubblico italiano ha iniziato a chiedere altro. Qualcuno ha sostenuto che “oggi De André non potrebbe esistere“. Forse è vero, se si considera sempre la produzione musicale come un riflesso dei gusti dell’ascoltatore, in quanto attualmente al mercato discografico si chiede “ciò che resta”. Faber è cresciuto nell’epoca della contestazione, sotto al braccio della scuola genovese e di quelli che chiedevano la libertà intellettuale con le lotte studentesche rispetto ad una società che navigava verso la mercificazione dell’arte e la materializzazione culturale. Oggi è proprio questo che invece è diventato canzone. Son tornate le “puttane” nelle canzoni, non più come povere sciagurate, vittime di un crudele destino o di una trascendentale “fattura”, ma donne viziate, disinibite e crudeli, capaci di illudere con un po’ di profumo, un vestito costoso ed un gioco di rossetto. Oggi la donna è un vampiro che frega l’uomo, lo lascia solo, tra i soldi e le droghe. La dimensione materiale ha preso il sopravvento, Marinella non muore più nel fiume, ma si diverte ad una festa tra sesso, droga, soldi e macchine di lusso. Oggi essere anticonformisti è una conformità, uno status vivendi. Oggi Dolcenera non si sentirebbe in pericolo per un “tram scollegato da ogni distanza”, poiché con un messaggio annullerebbe l’appuntamento. Oggi, non esisterebbero le donne di De André perché, forse, davvero non esisterebbe Dé André.
10-01-2019 17:19:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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