MARTEDÌ 19 GENNAIO 2021




Il processo

Castellammare, Greco in aula: 'Io ho pagato anche Cutolo'

La deposizione dell'imputato chiave: 'Temevo per la vita mia e di mio figlio'

di Mariella Parmendola
Castellammare, Greco in aula: 'Io ho pagato anche Cutolo'

"Ho sempre pagato tutti. Ero tra gli imprenditori che pagavano anche Cutolo. Il mio nome era in un'agenda trovata ad un suo uomo". Parla per ore Adolfo Greco. E torna sempre allo stesso punto. Come se si trattasse di un nastro "a Castellammare pagava il 99% degli imprenditori". Sedicimila euro ai Cesarano e diecimila ai D'Alessandro. Sempre in silenzio. Nessuna denuncia "perché temevo per la mia vita e quella di mio figlio". Giacca blu, abbinata alla cravatta e aspetto di chi non vuole lasciare trasparire le conseguenze dei problemi di salute che gli hanno permesso di uscire di cella. Agli arresti domiciliari, dove si trova ancora oggi per l'accusa di avere intrattenuto quei rapporti con le cosche che gli sono costati due inchieste, un processo in corso e una condanna per l'acquisto del Castello di Cutolo di cui oggi in aula si è definito vittima. "Pagavo come Polese e gli altri soci". È lui stesso che, ad un certo punto del suo interrogatorio, nomina il proprietario della Sonrisa, uniti in un comune destino giudiziario prima della morte del "boss delle cerimonie". Un racconto lungo cinque ore che si interrompe solo ad una del pm. "C'era anche lei in carcere da Cutolo per trattare la liberazione di Cirillo? Non è un segreto?". Qui l'indecisione e la replica: "Lo posso dire?". Poi: "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere". Settantasei sono le domande che il pm della Dda Cimmarotta ha preparato per l'imprenditore, considerato il perno principale del processo in corso in un'aula di Torre Annunziata. Ma alle prime Greco risponde sempre allo stesso modo. "Conoscevo tutti. Michele D'Alessandro da ragazzo, prima dei suoi problemi con la giustizia" spiega. Di "camorra" e "camorristi" non parla mai. Quella parola non la pronuncia. Dei tanti nomi di killer e boss che il pubblico ministero gli sottopone dice "tutti li conoscevano a Castellammare. Leggevo di loro dai giornali". Ma Luigi Di Martino no, "lui lavorava con mio fratello prima di fare un'altra scelta di vita. Era un garzone". Poi, però, sulla familiarità durante il colloquio col boss di Ponte Persica spiega "lui conosceva la mia famiglia, gli raccontavo i guai giudiziari". Sulle assunzioni di parenti dei camorristi di cui si è interessato negli anni "da me era una processione. Io aiutavo tutti. Venivano anche professionisti per i loro figli con il bisogno di lavoro della nostra città". Quelle frasi intercettate dagli inquirenti "ti rompono la testa" e "gente di rispetto" non sa spiegarle. Non tutto ricorda. Se non la paura. Il timore di chi ha visto uccidere altri imprenditori, "Michele Cavaliere, Luigi Cioffi erano nel mio settore caseario e sono morti". E ferite altri "è lo stesso Stato ad ammettere di non riuscire a difendere gli imprenditori che denunciano". Perciò quando il killer Renato Cavaliere "mi ha puntato la pistola in faccia, ho scelto di pagare. Per la ristrutturazione di casa mia ho versato al clan 30 mila euro".

12-01-2021 19:39:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA