MERCOLEDÌ 19 FEBBRAIO 2020
La storia

Castellammare, in quarantena tra i sospetti di contagio del Coronavirus. L'autista: 'Quattordici giorni da incubo'

Il conducente del bus: 'Lontano da casa, in una stanza piccolissima'

di Ciro Serrapica
Castellammare, in quarantena tra i sospetti di contagio del Coronavirus. L'autista: 'Quattordici giorni da incubo'
In una stanza quattro metri per quattro per 14 giorni. «I primi cinque giorni sono stati da incubo» racconta Luca, l’autista del gruppo di turisti cinesi che ha convissuto con loro nel periodo di quarantena. Anche il cinquantenne di Castellammare è stato in isolamento. Monitorato per il sospetto che potesse avere la malattia che terrorizza il mondo. Un'esperienza da film cominciata per avere condiviso con una coppia di cinesi contagiati il volo e le prime ore dopo l'atterraggio a Malpensa. «Sono partito con il gruppo alle 17 da Sorrento, tutto normale. Arrivati quasi a Cassino ho contattato l’albergo che ci doveva accogliere per chiedere se il ristorante era aperto e con la responsabile della reception ci siamo dati appuntamento di li a poco, ci sarebbe venuta incontro perchè l’hotel non era proprio di strada. Arrivati a Cassino ho contattato di nuovo la struttura per avvisare che mi ero fermato all’uscita autostradale e che avrei aspettato. La stessa persona, però, mi dice che non può accettare il gruppo, e che nel frattempo la struttura aveva ricevuto una PEC in cui veniva chiesto di avvisare la Prefettura di una eventuale presenza di gruppi turistici “cinesi”. Alle mie rimostranze mi spiega che dovrò attendere con i turisti l’arrivo dei sanitari per alcuni controlli, forse presso l’ospedale di Cassino. A quel punto ho risposto che mi sarei spostato fuori l’ospedale di Cassino e se lo poteva comunicare ai sanitari – non avendo io i recapiti – che li avrei aspettati li. Una volta fuori l’ospedale, dopo circa 15 minuti sono arrivati Carabinieri, NAS, Sanitari dell Asl di Cassino e Polizia. Senza dare spiegazioni mi hanno detto di seguirli fino allo Spallanzani. Ancora non avevo elaborato quello che stava accadendo. L’ho capito soltanto quando i Carabinieri, arrivati allo Spallanzani, mi hanno detto di parcheggiare il bus all’interno e di scendere perchè saremmo rimasti li». Attimi concitati e di “stordimento” racconta Luca. Non avevano capito mimimamente quello che stava accadendo e cosa li aspettava per i prossimi 14 giorni. In queste lunghissime due settimane le 20 persone, 18 turisti, la loro guida e l’autista, hanno vissuto all’interno della struttura romana attrezzata per gestire le malattie infettive. I primi 5 giorni sono stati da incubo: chiusi nelle rispettive stanze, senza tv ne telefono ne internet, estraniati dal mondo «Abbiamo poi scoperto che eravamo ricoverati in un padiglione che doveva essere inaugurato a metà febbraio, quindi ancora incompleto» dice Luca. La giornata durante la quarantena trascorreva lenta, lontano dagli affetti, dalla vita quotidiana, come se fossero in carcere. «Dopo qualche giorno mi sono rassegnato ed ogni ora pregavo di non aver contratto il tanto temuto coronavirus- spiega lo stabiese- al fatto che sei isolato dal mondo si aggiunge poi la preoccupazione della malattia. Siamo stati fortunati a non aver contratto il virus. Molto probabilmente la coppia di turisti contagiati, si era accorta di avere qualcosa che non andava, infatti il giorno dopo essere arrivati a Malpensa hanno lasciato il gruppo dicendo che avrebbero voluto continuare il viaggio da soli. Qualche giorno dopo abbiamo appreso dai giornali che erano risultati positivi ai test. Non so agli altri, ma a me è cominciato a crollare il mondo addosso. Dal giorno in cui sono entrato nello Spallanzani fino a quando mi hanno dato l’esito dell’ultimo esame e mi hanno detto che era tutto nella norma e che sarei potuto uscire ho pianto, pregato. Siamo stati trattati con gentilezza dal personale medico, e devo essere sincero, anche i turisti che erano in quarantena con me, quando ci introntravamo sempre attraverso un vetro, durante l’ora “d’aria”, mi rivolgevano sempre scuse e gesti di preghiera». In effetti forse, i turisti che si scusavano con Luca, volevano scusarsi con la popolazione mondiale a nome di tutti i cinesi che nell’immaginario collettivo possono essere infetti. Poi la fine dell'incubo. Nessuno di loro è risultato infetto. I cinesi sono rientrati con un volo nel loro Paese, l'autista stabiese è tornato a Castellammare dalla moglie e i figli che hanno riabbracciato l'uomo finito in un'esperienza che difficilmente dimenticherà.
14-02-2020 00:00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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