LUNEDÌ 29 NOVEMBRE 2021




Il processo

Cosentino condannato a nove anni, la sentenza: il politico ha favorito il clan in cambio di voti

In aula al fianco del big di Fi i figli, l'accusa di basava su un patto con i casalesi

di Redazione
Cosentino condannato a nove anni, la sentenza: il politico ha favorito il clan in cambio di voti

Cala il sipario su uno degli uomini più vicini al presidente Berlusconi, prima che la bufera giudiziaria lo travolgesse. E' stato condannato a nove anni di carcere Nicola Cosentino. Al suo fianco nel suo giorno più difficile i figli, ma poi nel momento della lettura della sentenza il politico che ha dettato le sorti di Fi in Campania era già andato via. Oggi l'epilogo, in primo grado, con la condanna dell'ex sottosegretario all'Economia ed ex coordinatore campano del Pdl a nove anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, per concorso esterno in associazione camorristica.
Il collegio del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere - presieduto da Giampaolo Guglielmo (a latere Rosaria Dello Stritto e Pasquale D'Angelo) - ha escluso l'ipotesi del riciclaggio, concernente il presunto cambio da parte di Cosentino degli assegni bancari consegnatigli da emissari del clan; l'ipotesi era ricompresa in quella principale di concorso esterno. Al termine dell'udienza, mentre il pm Alessandro Milita, visibilmente sollevato, ha spiegato che "questo è tra i processi più importanti per la Dda", l'avvocato di Cosentino, Agostino De Caro, ha invece affermato polemicamente che "questo è tra i processi in cui si è giudicato un fenomeno; i fatti penalmente rilevanti non sono emersi".
La Dda di Napoli ha individuato nell'ex sottosegretario all'Economia del Pdl il "referente politico nazionale del clan dei Casalesi", colui che dal 1980 fin quasi ai giorni nostri avrebbe stretto un patto di ferro con i capi del clan per ottenere i voti alle varie elezioni fornendo in cambio un contributo stabile alle cosche; Milita ha parlato di una "disponibilità omnibus" di Cosentino, ovvero duratura e aperta ad ogni tipo di favore. L'accusa, dunque, si basava sul presunto patto politico-mafioso tra Cosentino e il clan, peraltro mai dimostrato nella sua genesi in quanto i capiclan, da Schiavone a Bidognetti passando per Zagaria, non sono mai stati sentiti; non è stato ascoltato neanche Antonio Iovine, unico tra i boss ad essersi pentito. Di contro, alcuni dei circa 20 collaboratori ascoltati, come Dario De Simone e Domenico Frascogna, hanno confermato il sostegno elettorale del clan, ma nessuno ha indicato con precisione le elezioni in cui l'appoggio sarebbe avvenuto.
La difesa ha spiegato che Cosentino, alle Politiche, si è sempre candidato in un collegio dell'Alto Casertano, che non comprendeva dunque il suo comune di nascita di Casal di Principe. La "seconda gamba" dell'accusa è quella dei favori fatti in cambio da Cosentino al clan: il più significativo è l'appalto vinto alla fine del 1999 dai fratelli Sergio e Michele Orsi, ritenuti da una sentenza passata in giudicato come imprenditori vicini al clan Bidognetti. La gara è quella indetta dal Ce4, consorzio che riuniva 20 Comuni del Casertano e si occupava del ciclo integrato dei rifiuti; per l'accusa fu Cosentino il regista dell'accordo che permise agli Orsi di divenire soci del Ce4, creando la società mista Eco4 che ottenne poi dai Comuni consorziati affidamenti diretti per il servizio di raccolta dell'immondizia.

17-11-2016 19:50:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA