SABATO 11 LUGLIO 2020
la storia

Il crocifisso di Pozzano e gli stabiesi. Una storia di fede lunga quattro secoli

Fu ritrovato sulla spiaggia durante il terremoto del 1631

di Redazione
Il crocifisso di Pozzano e gli stabiesi. Una storia di fede lunga quattro secoli

Nel 1624 moriva Filippo III, principe dotato di grandi virtù morali, se solo avesse posseduto l’arte del governare, sarebbe stato ricordato come esempio di monarca.
Era amante dell’ozio e abbandonò l’amministrazione dei popoli in balia dei suoi ministri, il che fu la rovina della Spagna e degli altri Stati che da quella monarchia erano dipendenti.

Saliva quindi sul trono il figlio Filippo IV, incapace però di reggere la vasta monarchia spagnola, che lasciò il governo al suo ministro, il conte di Olivares.
Costui sembrò da subito indispettito dai privilegi e franchigie di cui il popolo delle Due Sicilie godeva fin dai tempi dei Normanni e che Angioini, Aragonesi ed Austriaci per prudenza o per forza avevano rispettato.
Pensando che potessero essere ostacoli all’onnipotenza “sua” o del Sovrano, cercò ogni via per sopprimerli ed impiantarvi un dispotismo assoluto, senza però pensare che questo suo modo d’agire potesse far sorgere malumori, scontentezze e poter sfociare in breve tempo a feroci sommosse.
Aumentò tasse in più riprese tant’è che tutti i popoli assoggettati si sarebbero dati volentieri ai Francesi e anche ai Turchi pur di non soffrire gli Spagnoli che tassavano la povera gente solo per saziare la propria ingordigia e le loro voglie.
Ritornò quindi la fame a desolare il Regno ed innumerevoli furono le vittime che caddero sacrificate da questo flagello.

La saggezza di coloro che governavano Castellammare, la loro preveggenza e la grande carità cittadina fecero si che la città non solo non vedesse cadere fra le sue mura vittime, anzi in qualche occasione si riuscì a soccorrere i borghi limitrofi.
Tutto questo squallore non frenò l’ingordigia spagnola, anzi, come spesso accade, a completare l’opera ci fu un terribile terremoto che nel dicembre 1631 colpì il regno.

Erano i primi di Dicembre 1631 e il Vesuvio, incominciò a borbottare con piccoli e frequenti terremoti.
Nel descrivere l’eruzione del 1631, l’abate Braccini (1632) scriveva che la zona intorno al vulcano: “Tremava quasi nel continuo”.
A Castellammare furono molti gli edifici a subire lesioni. I cittadini, sgomberate le case, si riversarono sulle pubbliche piazze presi dal panico e nella paura di essere inghiottiti dalla terra.
Durante la notte tra 15 e il 16 Dicembre dal cono principale cominciò l’eruzione, alle 7 del mattino si aprirono bocche alle pendici Sud–Ovest del vulcano (il versante che guarda Castellammare).
Il Vesuvio cominciò ad innalzare vorticose spire di fumo che oscurarono il cielo e produssero una densa cortina che fece calare la sera.
L’animo degli stabiesi, memore di quanto accadde all’antica Stabia e temendo la stessa sorte, ebbe ad entrare in uno stato di panico.
Una pioggia di sassi, fiamme e ceneri, bruciò campi e furono molti gli animali a sopperire. La città risuonava di preghiere e lunghe processioni percorrevano le strade.
Le tenebre durarono otto giorni. In quel periodo era vescovo di Castellammare Annibale Mascaburno, il padre Bartolomeo Rosa invece reggeva in monastero di Pozzano, e proprio da lì che Padre Bartolomeo seguito da alcuni suoi confratelli si unì al popolo e al vescovo nel Duomo per pregare Iddio affinché risparmiasse la città.
Mentre Padre Bartolomeo predicava ai fedeli nel Duomo, si fermò in estasi, poi ritornato in sé disse: “Andiamo fratelli a prendere il Figlio che viene a ritrovare la Madre”. Seguito da molte persone incredule si avviò verso il lido ed arrivato nella zona di Portocarello, galleggiando sulle onde del mare, vide che veniva a posarsi sulla riva un Crocifisso di legno senza però la croce.
Il frate cadde in ginocchio commosso, tutto il popolo intorno era attonito e piangente, il padre lo raccolse, lo baciò con fervido e devotissimo zelo e seguito dalla immensa calca in processione si avviò verso il ritorno.
Ed ecco che accadde un fenomeno strano: un raggio di sole squarciò la foschia di finissima cenere, si posò sul capo del Crocifisso e non si staccò durante tutto l’arco della processione di ritorno; infine quando Padre Bartolomeo benedisse il popolo con il Crocifisso, si dissolse la foschia e cessò l’eruzione.
Padre Bartolomeo portò il SS. Crocifisso in processione alla sua basilica di Pozzano e lo collocò nel Noviziato (in seguito poi, quando su progetto di Vanvitelli nel 1754 fu costruita la nuova sagrestia fu posizionato nel luogo dove tuttora si trova).
L’eruzione, decrescendo lentamente, fece nel Napoletano circa 5000 vittime ma non si hanno notizie di morti a Castellammare.

* in collaborazione con l'Archivio Storico Giuseppe Plaitano
 

05-06-2020 11:08:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA