DOMENICA 23 GENNAIO 2022




Approfindimento

Il razzismo negli stadi più che un becero fenomeno xenofobo, è un segnale di paura

Bisogna interrogarsi per capire più a fondo le vere ragioni dei cori razziali negli stadi di mezzo mondo e non solo d’Italia, ed avere il coraggio di applicare le leggi che già esistono

di Biagio Vanacore
Il razzismo negli stadi più che un becero fenomeno xenofobo, è un segnale di paura

L’ultimo episodio di "razzismo" negli stadi è accaduro ieri nel corso di Atalanta Fiorentina a Bergamo, quando Orsato è stato costretto a fermare il gioco per oltre tre minuti visto il perdurare di cori offensivi con cui il giocatore della Fiorentina Dalbert veniva bersagliato dagli ultras bergamaschi, per intendenderci quel manipolo di un centinaio di piccoli delinquenti peraltro noti alle forze dell’ordine, dediti alle offese e agli insulti all'interno degli stadi perché sanno di essere impuniti, oltre che sentirsi poi unti dal Signore come esseri appartenenti ad una razza superiore rispetto agli altri e non solo agli atleti di colore; basti pensare solo a quanti insulti ricevono i meridionali negli stadi di mezz’Italia, persone che di sicuro non hanno il colore della pelle come segno distintivo.
Partendo da questa considerazione, non mi trovo d’accordo almeno in parte con la risposta di "circostanza" data nei contenuti e nella sostanza da Gianni Infantino presidente Fifa ospite su Rai 2, che commentando quanto accaduto a Bergamo ha detto: "il razzismo si combatte con l'educazione, condannando, parlandone, non si può avere razzismo nella società e nel calcio. In Italia la situazione non è migliorata e questo è grave”, "bisogna - ha aggiunto poi Infantino - identificare gli autori e buttarli fuori dagli stadi. Ci vuole, come in Inghilterra, la certezza della pena. Non bisogna avere paura di condannare i razzisti, dobbiamo combatterli fino alla fine".
Orbene, con il Grande Fratello che tutto controlla ci vuole solo la volontà politica, l’applicazione delle leggi che già esistono e l'aiuto delle società per buttare questi “personaggetti” fuori dagli stadi; e Infantino qui ha ragione da vendere, dove invece dissento da lui è sul concetto di "razzismo", che viene sempre più spesso esaltato come fenomeno di diseguaglianza fra razze, mentre invece non è così o perlomeno non è solo così e in parte ho già motivato sopra il perché; ma voglio rafforzare questo concetto utilizzando un pezzo del’intervesta che “il Giornale” ha fatto nei giorni scorsi a Faustino Canè in occasione del suo 80° compleanno, che negli anni sessanta fu uno dei primi calciatori di colore a venie in Italia.
Ebbene Jarbas Faustinho detto Canè granda ala del Napoli del Napoli di Lauro, Pesaola e Vinicio, con una semplicità disarmante ha dato la sua versione su questi fatti partendo da un assunto: “Non credo che si tratti di razzismo”.
L’ho già detto quando c’è stato il caso Koulibaly continua l’ex calciatore azzurro. Il razzismo è discriminazione, queste sono offese, anche se volgari, è voler innervosire l’avversario, voler disturbare le società. Non sanno come insultarti e allora ti gridano negro".
Ma io venivo da un paese - continua Canè - dove le differenze razziali si sentivano ancora, noi neri eravamo la maggioranza, ma certo eravamo anche la parte più povera. Pensi che c’erano ancora dei club calcistici, come la Fluminense, dove giocavano due o tre campioni di colore ma non erano ancora ammessi alla vita sociale del club. Uno di questi era addirittura Didì, che tra l’altro era sposato con una bionda bellissima che si è poi data da fare parecchio per far cadere queste barriere e far accogliere il marito in pieno”.
Ecco io partirei da qui da questa considerazione che ci porta a capire come i fenomeni razziali all’interno dello stadio sono prima di tutto figli della paura sportiva e poi eventualmente di una cultura razziale, visto che a fischiare e offendere sono spesso persone che con alla cultura, quella vera, quella con la C maiuscola danno del lei.
Allora come si fa?
Poche parole e molti fatti. Partire da subito con applicazione delle leggi vigenti, con i Daspo, con gli arresti dei più violenti e tanti saluti a questa gentaglia, che di essere umano ha veramente poco o nulla.
Lo sport è e deve essere fenomeno di aggregazione, non di divisione.
Ben venga una sana rivalità sportiva e di campanile, ma poi bisogna fermarsi li, la vita è già dura di suo e alimentare l'odio porta solo a generare rancore; e se oggi le persone, le famiglie vanno meno allo stadio un po’ di colpa sta sicuramente anche nella paura di incidenti che possono accadere e possono trasformare una giornata spensierata in tragedia.

23-09-2019 15:06:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA