VENERDÌ 19 AGOSTO 2022




La storia

Lettera aperta alla figlia suicida, su Fb Lucia Valenzi: "Non ce l'ho fatta a salvarti"

Organizzato un evento per ricordare la giovane che ha deciso di togliersi la vita

di Redazione
Lettera aperta alla figlia suicida, su Fb Lucia Valenzi:

Un dolore che non si spegne e un dialogo che non finisce. "Vorrei immaginare di incontrarti e di parlarti e di ascoltarti": Lucia Valenzi, figlia dell'ex sindaco di Napoli Maurizio, scomparso nel 2009, su Facebook pubblica una toccante lettera aperta a sua figlia Libara, morta suicida il 23 marzo scorso. Per sua figlia, ha organizzato, per il prossimo martedì 10 aprile, alla Fondazione Valenzi, nel Maschio Angioino, dalle 17 alle 18 e 30 "Incontro in memoria di Libara", un evento che vuole ricordare, insieme con amici e conoscenti, la giovane scomparsa.
Scrive Lucia Valenzi: "Libara, ora che sono stordita dopo i primi giorni immediatamente successivi a quando ti sei lanciata nel vuoto da un'altezza senza scampo; ora che ho accantonato il pensiero di interrompere la mia vita svuotata di senso senza di te; ora che ho ricevuto un po' di anestetico e il calore confortante degli amici intorno; ora, Libara, anche solo per un attimo voglio dimenticare che non credo a una seconda possibilità". "Ho aperto il tuo cassetto in quella stanza dove avevi deciso di appoggiarti, lontano da me, le medicine tutte intatte - dice - Possibile che non hai creduto di doverti curare? E perché sembravi e facevi credere che invece eri d'accordo?". "Libara, quante domande vorrei farti. La più importante potrebbe essere non una domanda, ma piuttosto una preghiera - afferma - dammi un po' di tempo, permettimi di tentare qualche altra cosa, non avere questa terribile fretta.
Con un po' di tempo in più forse avrei potuto trovare la strada giusta per combattere quel demone che ti aveva invaso".
"So che un amico te lo ha detto, ora te lo ripeto: sei stata frutto di amore. Una relazione breve, due anni, con tuo padre, africano dal Senegal - racconta pubblicamente Lucia Valenzi - Una relazione in cui ho sinceramente creduto, interrotta dalla tua nascita, dal bisogno di fare programmi e progetti di vita che, che evidentemente non erano possibili, dal momento che lui aveva deciso di non condividerli, ma comunque una relazione d'amore''. "Puoi rimproverarmi che irragionevolmente non mi sono fermata davanti a niente che ho voluto rompere una barriera dopo l'altra sulla tua pelle: la sedia a rotelle, l'età di 40 anni, troppo avanzata per avere un figlio, andare a vivere in autonomia da sole senza il padre, ma anche fuori della casa dei nonni". La lettera così prosegue: "Sì, hai ragione, ho sfidato troppe situazioni e pensato di poter abbattere troppi ostacoli.
E gli dei si sono giustamente vendicati. Eppure la bambina deliziosa che eri faceva credere che tutto era andato bene. Ero fiera di esserci riuscita e avere dato ai nonni una gioia enorme nell'ultima parte della loro vita. Forse la perdita dei nonni verso i 12-14 anni ti ha spinto verso quelle crisi di rabbia? Tutti gli adolescenti sono arrabbiati ma io sentivo che c'era qualcosa di più e me lo hai confermato". "Cosa avrei potuto fare per impedire che da quel momento in poi ti impegnassi a fare terra bruciata. Ho creduto per un momento che eri sola e non avevi nessuno con cui confidarti e invece avevi amicizie belle e profonde. Ragazzi e ragazze che ti piangono disperatamente.
Perché il mio amore, il loro amore non ti ha trattenuto?".
"Negli ultimi anni ho assistito con terrore e in perfetta solitudine allo spettacolo di te che ti avvitavi in situazioni sempre di più senza via d'uscita - scrive ancora - Abbiamo tentato almeno cinque volte delle psicoterapie, ma non una è servita. Hai scelto di sprofondare in relazioni sempre più sbagliate in un gorgo di autodistruzione, ma tu lo scambiavi per il suo contrario: un volo verso la leggerezza. Mentre morivi continuavi a trasmettere bellezza e gioia".
La lettera continua nel racconto di un episodio del settembre scorso quando Lucia Valenzi fu contattata dalla polizia che aveva ritrovato Libara e che era stata sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio. "Arrivai in auto di corsa, ma mi mandarono a casa: mi fu proibito vederti e sentirti per cinque interminabili giorni" ricorda la mamma. "Vedo che non mi rispondi. Del resto cosa potresti dirmi? Se non che la tua mamma non ce l'ha fatta a salvarti".
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07-04-2018 21:00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA